sabato 14 gennaio 2012
Un tram chiamato desiderio (A Streetcar Named Desire) 1951
venerdì 6 gennaio 2012
Midnight in Paris

L’ultimo film di Woody Allen, Midnight in Paris, sbanca i botteghini incassando 2.203.671 euro in appena 3 giorni dall’uscita. E’ un record per il regista statunitense in Italia. La sequenza iniziale sembra essere un atto d’amore a Parigi: inquadrature fisse tipo cartolina illustrata mostrano le bellezze architettoniche e urbanistiche dell’intramontabile capitale francese dove la camera sembra compiacersi un po’ troppo a lungo sulle inquadrature estetizzanti, ma l’incantesimo viene subito infranto dall’arrivo dei protagonisti: una coppia di giovani americani con genitori di lei a seguito dedita quasi esclusivamente allo shopping turistico.
Ma il protagonista è Gil (Owen Wilson), giovane sceneggiatore hollywoodiano che somiglia molto all’imbranato e introspettivo Woody che ben conosciamo. Tra Gil e Ines (Rachel McAdams), futuri sposi, c’è qualcosa che non va: sognatore e introspettivo lui, pragmatica e estroversa lei. Gil vorrebbe cimentarsi nella letteratura e sta scrivendo un romanzo, mentre Ines lo scoraggia in tutti i modi preferendo la più sicura carriera di sceneggiatore di film.
Ines incontra una sua vecchia fiamma (uno di quegli intellettuali odiosi che solo Allen sa rendere così antipatici) e si lascia trasportare in visite guidate a Musei, feste da ballo, shopping. Così la vacanza parigina separa di fatto i due promessi sposi che vivono giornate parallele. Infatti Gil, in cerca d’ispirazione, non ama queste banalità turistiche preferendo passare il suo tempo a gironzolare nei vicoli parigini e a curiosare nei mercatini dell’antiquariato.
Una sera, ritornando da solo all’albergo dopo aver bevuto qualche bicchiere di più, allo scoccare della mezzanotte, Gil si trova coinvolto in una comitiva chiassosa quanto gioiosa che lo carica a bordo di una vecchia Peugeot.
Con suo grande stupore si rende conto di trovarsi al cospetto di grandi Scrittori e artisti degli anni ruggenti: Ernest Hemingway, Francis Scott Fitzgerald in compagnia di Zelda, Gertrude Stein, Salvador Dalí e una serie incredibile di altri personaggi, quali Pablo Picasso, Henri Matisse, Thomas Stearns Eliot, Luis Buñuel, Man Ray.
Qui inizia la parte più interessante del film che vede Gil interagire da uomo del terzo millennio con i quegli uomini che hanno segnato un solco profondo nella cultura del secolo breve. C’è da chiedersi: come mai Woody Allen scegli proprio questo periodo? Cosa hanno rappresentato gli anni venti? Quale energia creativa si sprigionò il quel periodo che nella storia dell’arte viene etichettato come Futurismo e surrealismo? Gli anni ruggenti gettarono il seme per la costruzione di nuova società che usciva dal primo conflitto mondiale: c’era da ricostruire tutto, un’occasione per guardare avanti con uno sguardo positivo e sperimentare in ogni campo. Sia nella politica che nella cultura e nella scienza fiorirono ebbero impulsi eccezionali: la repubblica di Weimar, Bertold Brecth che gettò le basi del teatro moderno. Nel Cinema S.M. Ejzenstejn, Dziga Vertov, Bunuel, nella pittura Pablo Picasso, Salvator Dalì. Albert Einstein scopre l’energia atomica, Nikola Tesla inizia le ricerche sulla corrente alternata e l’energia dei campi magnetici promettendo un’energia pulita per tutti a basso costo. Ma furono anche anni in cui questa grande euforia si trasformò in un ubriacatura: tutto sembrava possibile. Il sogno colonialista italiano, la corsa al consumismo, l’indebitamento economico che ebbe il suo culmine nel 1929 col crollo del sistema finanziario di Wall street.
Gli anni che seguirono furono i più dolorosi del secolo passato, stalinismo, nazismo, fascismo, la seconda guerra mondiale.
Il film di Allen sembra alludere a tutto questo ma con una sottile ironia di fondo che indica anche una strada praticabile: il fascino del passato non è spendibile nel presente se non come ricordo cosciente. Così il protagonista sceglie il presente, quella semplicità dalla quale si era staccato rischiando di perdersi. Una semplicità fatta di riconoscimento delle cose importanti, essenziali. Un ritorno ai valori forti dove una passeggiata sotto la pioggia è come sentirsi una parte dell’universo senza bisogno di aprire ombrelli…
venerdì 4 novembre 2011
Servizio pubblico di Michele Santoro: alla conquista di nuovi spazi nella comunicazione
Questi i numeri:
L'8,6 per cento di share con 2 milioni 383 mila telespettatori sulle tv locali. Su Sky Tg24 i telespettatori interessati sono stati 600 mila, con il 2,65 per cento di share. Quindi l'audience tv totale dell'esordio di Santoro si attesta sui 3 milioni di telespettatori, con uno share di circa il 13 per cento. Non male se si pensa che le tre reti RAI hanno avuto complessivamente il 39% e le reti Mediaset il 34%.
Il programma ricalca la consueta struttura molto simile ad Anno Zero anche se per ora manca un contraddittorio tra le forze politiche che sarebbe stato di un efficacia comunicativa maggiore... ma siamo solo all'inizio. Quello che c'è di nuovo, invece, è il tentativo (pienamente riuscito) di cercare nuovi spazi di sinergia tra i mezzi di comunicazione dimostrando che il popolo della rete, con in testa Facebook, costituisce una nuova frontiera praticabile: le prime stime parlano di 400.000 utenti sui siti di Corriere della Sera, di Repubblica e altri 400.000 sui siti del Fatto Quotidiano e dell'associazione Servizio Pubblico, in totale 800.000!
L'idea di un network, anche se temporaneo, di televisioni private potrebbe dare la stura a nuovi modi di produzione e di distribuzione dei prodotti televisivi che, fino a questo momento, erano appannaggio delle "major" RAI e Mediaset. La parola d'ordine è: Senza editori e senza padroni! Ci sono 100.000 persone coinvolte nell'affare, più di 20 emittenti locali che coprono tutto il territorio nazionale, Sky e lo streaming video in internet. Il sito ufficiale: www.serviziopubblico.it è costruito in modo da poter intervenire, fare proposte, inviare filmati, rispondere a domande, lavorare con lo staff. Oltre a poter visionare alcuni dei momenti del programma stesso.
È un evento importante nel mondo della comunicazione che, in un momento come questo, cerca nuovi spazi per una partecipazione di un pubblico che ha perduto la sua possibilità di scelta in un panorama sempre più omologante. È anche una sconfitta per quel servizio pubblico (RAI) pagato con i nostri soldi che ritorna saldamente nelle mani dei politici imbarbarendone i palinsesti. Pensate che in contemporanea, nello spazio che era di Anno zero, la seconda rete trasmetteva un film di vent'anni fa (1990): Indiana Jones e l'ultima crociata!
Strana coincidenza: proprio mentre Santoro iniziava la Prima Crociata contro un servizio pubblico che ormai sembra delegittimato a rappresentare le aspettative degli italiani!
martedì 4 ottobre 2011
Terra Ferma di Emanuele Crialese

Quando la legge degli uomini contrasta con la morale comune. di Giuliano Capani
Ancora un bel film del regista di origine siciliana ma americano di formazione artistica. Un tributo alla sua terra, come gli altri precedenti: Respiro, Nuovomondo. Ma qui la Sicilia diventa una cartina di tornasole per un antica questione: è il problema della legittimità della legge positiva, già affrontato da Sofocle nell’Antigone. Cosa succede quando la legge degli uomini contrasta con la morale comune? E’ legittimo non obbedire alle norme seguendo quella legge non scritta che deriva da imperativi di natura superiore come quelli della solidarietà umana?
Il film, avvalendosi di un cast di attori, guarda caso tutti siciliani, (Mimmo Cuticchio, Beppe Fiorello, Filippo Pucillo, Donatella Finocchiaro) affronta il tema dell’emigrazione clandestina connotandola territorialmente (anche se non facendone espressa menzione) in quel di Lampedusa che ha dovuto affrontare in questi ultimi tempi questo fenomeno con risultati non proprio dignitosi. Ricordiamoci quel che è successo ai deportati di Manduria...
In questo piccolo lembo di terra proteso verso l’Africa una comunità vive di pesca e turismo, saldo nelle sue tradizioni che si esprimono in fatti e comportamenti semplici: quelli dei valori forti che rimangono stabili nel tempo, quelli che provengono dall’essere e sentirsi uomini nell’universo, quelli che in una parola son chiamati nel film: La legge del mare!
Crialese, con sapiente drammaturgia e inquadrature sempre suggestive, ci racconta una sorta apologo: la storia del film si rifà, come dicevamo, al mito tragico di Antigone che viola la legge degli uomini ( il re Creonte) e da sepoltura a Polinice obbedendo alla legge “divina”:
«Ma per me non fu Zeus a proclamare quell'editto, né la Giustizia che dimora tra gli dèi. [...] Io seguo le leggi sacre e incrollabili degli dèi, leggi non scritte, di quelle io un giorno dovrò subire il giudizio. [...] E non credevo che i tuoi bandi fossero così potenti da sovrastare e sovvertire le leggi morali degli dèi!».
Alla stessa maniera la solidarietà umana, quasi un istinto primordiale, fa si che il pescatore salvi alcuni profughi etiopici e tra questi una donna incinta, presti loro le prime cure e trattenga la donna a casa della nuora aiutandola a partorire. Ma le leggi degli uomini prevedono che dovesse venire consegnata alla polizia. Di qui inizia il dramma del pescatore e di un intera comunità che si riunisce protestando per l’operato delle forze dell’ordine che sequestrano la barca (unico mezzo di sussistenza della gente di mare) e non è attrezzata, né disponibile a dare soccorso con dignità umana a queste persone che provengono da vicissitudini drammatiche e che vogliono raggiungere soltanto … La TERRA FERMA!
L’attualità del film è evidente e ci pone quesiti e problemi tuttora aperti su come si sia organizzata l’accoglienza (sic!) di questi flussi emigratori: persone che sono sorrette solo dalla speranza di ricongiungersi con i loro parenti o di conquistare una vita migliore… aspirazioni queste, a cui non abbiamo saputo dare una risposta dignitosa.
Il film, di produzione italiana (Cattleya, France2 Cinema, in collaborazione con RAI Cinema e Canal plus) è candidato italiano agli Oscar. Il che ci fa un immenso piacere perché rappresenta degnamente un fenomeno centrale nella nostra comunità europea e riguarda da molto vicino le popolazioni frontaliere (è di pochi giorni fa uno sbarco a Novaglie, LE) che ogni giorno si trovano nelle situazioni descritte sapientemente dal film.
lunedì 27 giugno 2011
Cinema e TV, la realtà e il suo doppio: Ma i sogni svaniscono all'alba?
Fiumi d’inchiostro sono stati scritti sull'impressione di realtà del cinema, dalle origini della settima arte alle moderne neuroscienze. La maggior parte dei pensatori sono concordi nel ritenere che questo fenomeno è dovuto principalmente al suo linguaggio molto simile alla realtà quindi il nostro cervello è abituato a riconoscere come reale ciò che vede e sente.Questa caratteristica del Cinema, ma anche della televisione, ha fatto si che questi mezzi si siano sviluppati in diverse direzioni ma principalmente sono due le forme che lo hanno contraddistinto fino ad oggi: Fiction e Reality.
Tutti sappiamo distinguere un film da un documentario o la pubblicità da un telegiornale, ma non tutti sappiamo che l'enunciatore del messaggio audiovisivo ha il potere di mischiare le carte e, quindi, far passare per reale ciò che è invece finto! Non mi dilungo a citare i casi assai noti come lo sceneggiato radiofonico La guerra dei mondi (1938) di Orson Welles, dove gli spettatori credettero che la terra fosse stata veramente invasa dagli alieni, o la polemica sorta riguardo allo sbarco sulla luna dove alcuni ritennero essere falsi i filmati degli astronauti sostenendo che fossero stati girati in studio...
La specificità con cui si costruisce il documento audiovisivo (che sia cinema o televisione) ha in se il DNA del falso.
Proprio per queste sue “naturali” proprietà cinema e televisione sono state da sempre oggetto dell’interesse dei politici che cercano di controllarne gli enunciati (programmi e conduttori). E’ proprio di questi giorni la bagarre per neutralizzare i conduttori scomodi al potere governativo.
In Italia, però, si è creata una situazione singolare in quanto un imprenditore televisivo ha fatto la scalata del potere politico avvalendosi dell’uso massiccio delle sue emittenti e ci è riuscito! Stessa cosa sta tentando un imprenditore televisivo locale salentino. Il disegno è molto evidente: si enfatizzano i campanilismi (siamo i migliori), si fortifica l’idea del noi (siamo forti e invincibili), ci si arrocca in una sorta di autarchismo che sa un po’ di ritorno all’economia medievale (non abbiamo bisogno di nessuno noi, siamo autosufficienti, comprate la merce della nostra terra) somministrando così la suggestione di una facile risoluzione dei problemi economico e sociali.
In questi giorni, infatti, sull’emittente locale che si fa promotrice della costituenda Regione Salento, vengono trasmessi vari spot pubblicitari che spingono questa idea separatista in maniera spudoratamente semplicistica.
Non so fino a quanto si è coscienti che è estremamente pericoloso trattare il tessuto sociale come un prodotto commerciale. La pur breve storia dei mass media ce lo ha dimostrato. Ricordate il Duce che nei cinegiornali (la TV di quegli anni) inaugurava aeroporti con gli stessi aerei che si spostavano e sembravano moltiplicarsi virtualmente? L’idea mediatica che si formò era appunto quella di una nazione forte, molto forte, capace di vincere ovunque e comunque… la sovraesposizione dell’immagine del condottiero costituiva l’idea forte che rimandava ad aspettative altrettanto che non potevano essere soddisfatte soprattutto perché era una finction, non la realtà. Proprio coma la pubblicità!
L’uso della televisione a fini di acquisizione del consenso sociale richiede una sorta di identificazione tra l’emittente e gli spettatori, cioè i cittadini devono sentire che la televisione rappresenti le loro aspirazioni, i loro desiderata. E’ per questo che l’emittente locale di cui parliamo scende in campo mettendo in primo piano 10 battaglie sulle quali nessuno può essere contrario: Ambiente, sviluppo economico, buona sanità … etc.
L’editore Pagliaro dichiara nel suo sito web: «noi puntiamo su autoproduzioni di qualità, creando una "family tv" capace di regalare momenti di interesse per tutti i componenti della famiglia, ma che soprattutto si inserisce in una scelta strategica che rifiuta l'omologazione».
La family TV consiste nell’avocare a se il diritto di rappresentare la popolazione e di compiere scelte in suo nome. In realtà gli invitati alle trasmissioni nelle varie rubriche rappresentano i ceti dirigenti della società, politici, capitani di aziende etc, quelli che dovrebbero “portare i voti” e spostare l’elettorato. Nel commerciale vengono chiamati i responsabili degli acquisti! Ma oggi, per fortuna, non siamo più negli anni ’50. Il monopolio mediatico non è più granitico come in passato. Rappresentare un sogno collettivo richiederebbe comprendere meglio il tessuto sociale, le sue potenzialità reali e soprattutto le diversità che costituiscono la preziosa risorsa di questo territorio.
Quindi una emittente auto referenziata che parla quasi esclusivamente di se con la pretesa di rappresentare tutto il territorio è un sogno che è destinato a svanire … all’alba!
sabato 4 giugno 2011
Non c’è nessuna signora a quel tavolo di Davide Barletti e Lorenzo Conte (2010)
Cecilia Mangini, si staglia sul fondo nero di una scenografia scarna ma essenziale dove scorrono, alle sue spalle, brani dei suoi film, fotografie ed altri elementi che costituiscono il racconto della sua vita professionale: la storia di una donna che ha attraversato ilsecolo breve lasciando una traccia indelebile del “come eravamo”.
I suoi film sono connotati da un forte impegno sociale a favore degli ultimi, degli emarginati dalla società. Il suo primo film, Ignoti alla città (1958) in collaborazione con P.P.P Pasolini mostra l’umanità che pulsa in un quartiere periferico nelle borgate di Roma e uno degli ultimi: La briglia sul collo (1072) segue le vicissitudini di un bambino caratteriale che diverge dalle regole imposte da un modello educativo che ci vuole tutti perfetti e in riga per due.
Ho citato solo questi dei suoi molteplici lavori per dare un idea della suo approccio alle problematiche esistenziali della società della quale è divenuta testimone attiva.
Il film documentario del duo salentino Barletti – Conte, è un lavoro prezioso che ricostruisce le tappe fondamentali dei lavori di una delle più importanti registe italiane del dopoguerra. Le immagini molto pulite sono trattate con grafica animata che colloca il personaggio narrante nel suo ambiente di lavoro: moviole, pellicola, proiettore.
Il racconto cinematografico si sviluppa attraverso ricordi, dichiarazioni, spezzoni di film, che ripercorrono la storia dell’italietta dal dopoguerra fino ai nostri giorni. Il montaggio è serrato e non cede mai all’agiografia di repertorio, proponendo invece un linguaggio innovativo nelle forme che risultano abbastanza pertinenti col contenuto, come il ricorso ad una vecchia macchina da scrivere che scandisce, come dei capitoli, le keywords della vita professionale della Mangini.
Una moviola fa scorrere pezzi di pellicola che animano il focus dei suoi film: la Fabbrica (Brindisi ’66, 1965), la condizione femminile (Essere donne, 1965), l’interesse antropologico (Stendalì,1959, La canta delle marane, 1961), l’inchiesta sociale (L’altra faccia del pallone,1972).
La Mangini si racconta e ci racconta un Italia che a fatica riesce a riprendersi dal periodo del dopoguerra e testimonia come il cinema (a partire dal neorealismo) abbia influenzato la costruzione di una coscienza sociale nazionale pur nelle diversità territoriali. Un Sud avvilito e stravolto da un modello di sviluppo industriale che provocava da una parte lo svuotamento demografico delle nostre regioni e dall’altra una perdita della propria identità di cultura contadina che non riusciva a dialogare con le esigenze di modernità che si andavano delineando in quegli anni.
L’incontro con la regista e gli autori è stato quanto mai interessante: due generazioni a confronto hanno trovato un punto di incontro nel cinema: il non-luogo dove i pensieri prendono la forma della coscienza di un passato che vive nel presente.venerdì 27 maggio 2011
Il primo incarico di Giorgia Cecere
Gira, nei circuiti d'essai Il primo incarico, che è anche il primo lungometraggio di Giorgia Cecere... speriamo nel secondo.La Cecere, come si legge nel suo curriculum, è pugliese d'origine, ha studiato regia al CSC con Gianni Amelio ed ha collaborato a Ipotesi Cinema di Ermanno Olmi. Da quest'ultimo ha appreso più che altro la lentezza narrativa che contraddistingue, ahimè, il suo primo lavoro.
È una storia da feuilleton, molto simile a quei romanzi d'appendice che hanno dato poi origine alle telenovelas: un amore contrastato (non si capisce bene il perché) tra una ragazza del popolo ed un ragazzo colto e raffinato della ricca borghesia. Non ci è dato capire meglio la qualità del loro rapporto, né il suo conflitto con la madre perché le scene si susseguono con brevi dialoghi, a volte scontati, frutto dei più banali luoghi comuni.
La nostra ragazzotta, interpretata con molta diligenza, ma anche troppo mutismo pensieroso, da Isabella Ragonese, ha il primo incarico di maestra di scuola elementare e deve trasferirsi in altra provincia. Qui trova un ambiente rurale, una comunità contadina (si evince dalle scene che la location è quella di Cisternino). La camera indugia, forse un po' troppo (o forse per accontentare i sostenitori che hanno contribuito alla produzione, Apulia filmcommission e Comune di Cisternino) tra i trulli e casolari immersi tra gli olivi mostrando un meridione ancorato a tradizioni amoralmente familistiche, per dirla col Banfield. Non vi è nessuna descrizione del contesto sociale nè della vita contadina, ma solo oleografia ben fotografata.
La neo maestra cerca di fare del suo meglio con la classe di bambini molto 'vivaci' ma intreccia nessun rapporto con la comunità ospitante perché vive come in un limbo, aspettando le lettere del suo moroso... e queste arrivano puntualmente finché un bel giorno il giovine rampollo decide di restar libero per andare avanti con le sue esperienze...
Così la maestrina cade subito nelle braccia del muratore che le ha riparato il tetto... una scena di sesso appena accennata, per non dire proprio mal girata. Da qui le nozze riparatrici e la vita senza amore di un matrimonio fatto per colmare il vuoto che sente dentro.
Ebbene tutto il racconto è privo di una trama che faccia venir fuori la psicologia dei personaggi: le loro ansie, i loro desideri. Le soluzioni narrative e registiche ci sembrano troppo banali per farci affezionare alla storia. La comunità rurale in cui si trova a vivere non è credibile, così che risulta difficile capire i motivi del suo disagio, ma anche quelle del suo ritorno nel finale. Solo i bambini-alunni hanno una carica espressiva che consente al film di respirare un po', ma il resto è tutta un'apnea poco comunicativa. Anche il finale risulta di una banalità esasperante giacché non è stato preparato a dovere. Nessuna molla è stata predisposta per poter poi scattare al momento giusto.
Il ritorno al suo paese di origine, dove si reca per incontrare il suo primo amore tornato dai suoi viaggi istruttivi e di piacere, avviene in un clima di quasi mutismo. Un amore ritrovato? Ormai impossibile? Cosa fa scattare in lei la decisione di tornare dal suo marito muratore nella comunità contadina? Il dovere di donna? L'incapacità di amare? Di prender decisioni? Interrogativi, questi che rimangono aperti ma, qualunque sia la risposta, certamente è mal posta oltre che a non risolvere il contesto narrativo.
È un peccato che questo primo incarico della Cecere sia un'occasione mancata... speriamo nel secondo...

